Pubblicato da: ruotenelvento | luglio 28, 2010

PAT – 1

Dopo l’articolo dedicato a Karin Kerkenbusch, ruotenelvento intervista Gian Patrizio Cremonini, protagonista storico del buggy in Italia e inguaribile curioso e sperimentatore di tutto ciò che riguarda gli aquiloni da trazione, sia in acqua che su terra. Un interessante e piacevole conversazione sul Petrano, gli sport estremi (se esistono…), l’esperienza del Crab e – perchè no? –  anche Bologna.

Chi è Pat?

Sono un libero professionista di Bologna, anche se da qualche anno mi sono trasferito a vivere in provincia. Ho 41 anni, due figli, una moglie e una insana passione per l’aquilonismo da trazione, che ormai pratico prevalentemente in acqua.

Come ti si avvicinato al kite-buggy? Viene prima o dopo l’acqua?

Per prima cosa sono venute le … losanghe acrobatiche. Poi i delta. Poi ho scoperto la trazione e preso il primo storico Peter Lynn Peel a 4 cavi. Poi alcuni anni di intenso buggy, fino a che mia moglie – stanca di passare i finesettimane in altipiani dispersi in mezzo ai monti – non mi ha ingiunto il mare. Dal 2003, quindi, ho affiancato l’attività in acqua al buggy, fino che la prima non mi ha assorbito quasi del tutto. Sono stato windurfista per circa un decennio e poter sposare la passione del mare con quella per gli aqui per me è il massimo.

Che aria tirava sul Petrano una quindicina di anni fa? Mi sembra che la cosa fosse tanto dinamica quanto divertente, il buggy-ring, buggy e tartufo…

Ho cominciato a salire sul Petrano nel 2000 o 2001. Io ero un neofita e lì c’era già un bel movimento, con tanti piloti molto tecnici che venivano da tutt’Italia. Erano gare serie e per tutta una serie di motivi vi era una forte competizione e parecchia tensione tra i piloti. Di qui un progressivo declino dei raduni e delle frequenze, fino a che il buggy sul Petrano è praticamente morto. Lo abbiamo fatto rivivere cominciando, dal 2003, ad organizzare raduni che sposavano la goliardia e la competizione in amicizia (i “Petrano highlander” e il “duri e puri”), per poi inaugurare, nel 2006, il Buggy Ring, vale a dire la mailing list che metteva in contatto tutti i piloti italiani in attività. Ora io non me ne occupo più attivamente, ma grazie a gente come Stefano “stuga” Santandrea il movimento buggysti ha ripreso vita ed ai raduni partecipano parecchi piloti, con buggy decisamente migliori e più competitivi, rispetto a quelli che giravano nei tempi andati.

Il tuo nome figura anche tra i piloti Classe 8 FISLY. Hai mai preso parte a competizioni?

No. Sono sempre stato avverso alle competizioni nello sport (la competizione nella vita reale mi basta ed avanza). Inoltre, credo che gli sport emergano e facciano aggregazione se c’è il divertimento e che quindi la componente amatoriale debba avere la preminenza. Di qui, il costante tentativo di organizzare raduni che implicassero gare divertenti, competitive, ma soprattutto permeate da spirito d’amicizia.

Alla fine gli spazi non sono poi tanti. Col boom del kitesurf sulle spiagge sono scoppiati i problemi, almeno nella stagione estiva. Per il landkite ho notato un atteggiamento ambivalente: un po’ vogliamo maggiore interesse e diffusione e un po’ facciamo i carbonari. Se la disciplina crescesse secondo te è meglio o peggio?

Egoisticamente, direi peggio.  Le rare volte che vado su terra, vorrei avere gli spot tutti per me e per i pochi amici che mi piace avere intorno. Ma è irrealistico e ritengo che la forza del numero permetta di organizzarsi meglio e di porsi con più forza a confronto con le amministrazioni locali. Ma è difficile, tanto più che il buggysta tipo è un individualista, di per sé ostile a qualsiasi organizzazione che non sia volta ad un fine immediato. Per questo motivo io ritengo che il buggy – così come il kite – non diventerà mai uno sport veramente organizzato, come ad esempio la pallavolo. Manca semplicemente la pulsione verso il riconoscimento organico al mondo sportivo ufficiale, limitandosi la gente ad accontentarsi di un buon rapporto col comune di turno che concede gli spazi.


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