Pubblicato da: ruotenelvento | marzo 29, 2013

IL CARRO A VELA ELETTRICO – seconda parte

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Non ci vuole un grosso sforzo per farsi venire l’idea di un carro a vela elettrico. Navighi a vento, il motore elettrico carica le batterie e quando la brezza si fa avara premi un interruttore e te ne vai a corrente zz-zz-zz-zz-zz. I miei primi schizzi risalgono all’inizio degli anni Zero. Parlando di accumulatori al piombo, era ancora necessario un pacco batterie voluminoso, da ospitare in uno scafo pesante e scatolato da grande raid, una specie di rullo compressore che doveva stazzare attorno ai 400 kg (li mortacci!). Una preoccupazione era cosa farci con la vela quando si andava a corrente, per cui erano state considerate alcune soluzioni di avvolgiranda. Una è quella – roba grossa, da altura – all’interno dell’albero, l’altra invece prevedeva una configurazione tipo Escape attorno all’albero (venne fuori questo nome perché più o meno nello stesso periodo il Circolo con il quale collaboravo aveva acquistato sia un Seagull Miniclub che questa deriva). Riflessione conseguente riguardava le stecche, che su un veicolo che marcia soprattutto di apparente e di bolina sembravano necessarie: chilo più, chilo meno, ormai, si poteva utilizzare un sistema pneumatico. Avevo anche cominciato a raccogliere il materiale per una prova sul Miniclub, non lasciandomi sfuggire all’ombra del cassonetto una jeeppetta elettrica, tipo PEG (con la crisi chi li trova più tesori del genere, manco una bici crepata di Barbie).

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Alcune prefigurazioni del carro a vela elettrico, anno 2000 circa

Tralasciando la parte più intimamente elettrica, si soffermai sulla parte meccanica. I motori non dovevano essere sull’asse delle ruote (le posteriori), ma trasmettere il movimento con una cinghia. Questo avrebbe aperto il mondo della protezione, con un carter indispensabile per evitare che polvere, acqua, sale, sabbia, ciccioli frolli quando sei in Riviera incriccassero tutto. Meglio coppie coniche all’interno dell’asse per un prototipo da mettere in cantiere, no? Addirittura, aiutino dai pannelli solari sull’assale montato anteriormente, erano gli anni in cui Melis girellava in Mauritania con il Fly Shuttle 2000.

Ma come sempre, bisogna vedere cosa vuoi farci e dove vuoi andarci. L’Ingegnere riuscirà a trarci d’impaccio?

 


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