Pubblicato da: ruotenelvento | agosto 8, 2015

LE RADICI DI UNA HOLLOW BOARD: PEPPINO GALLINARI, TAVOLE, MOTO, AEREI & MADE IN ITALY

PEPPINO GALLINARI 01

Peppino Gallinari e ruotenelvento al capezzale di Aziza, un gozzetto tunisino a vela latina che dopo aver raccolto spugne in casa aveva recitato una piccola parte in Le avventure acquatiche di Steve Zissou, la parodia della vita di Costeau girata in parte a Nettuno e Anzio con protagonista Bill Murray. Ultimato il restauro, tornò in navigazione nell’estate 2005. 

Ora una hollow sembrerebbe proprio un bel casino di pezzetti se uno non avesse avuto l’opportunità di rubare qualche malizia del mestiere ad uno dei più abili mastri d’ascia italiani. Rubare cogli occhi, perché le cose della professione sì gli piaceva di trasmetterle, ma un po’ gli piaceva che te le scoprissi da solo. Peppino Gallinari ci ha insegnato parecchio quando restaurammo Aziza, e pure dopo, fino alla morte nel luglio del 2012. Nonostante l’impegno, in finale non eravamo ancora nemmeno degni di allentargli i sergenti prima di porgerglieli per certe complicate impalcature che serravano il fasciame alle ordinate nelle curve più azzardate. Le sue barche in lamellare costruite nel cantiere di Anzio negli anni Settanta hanno fatto la storia della Classe IOR, soprattutto quelle con la carena a V – un nome per tutti il Villanella di Ulisse Guzzi – che erano frutto della collaborazione con l’ingegner Giulio Cesare Carcano, il leggendario progettista delle moto di Mandello del Lario. Carcano non solo disegnò il bicilindrico a V trasversale e l’8 cilindri 500 cc, ma gli piacevano anche le imbarcazioni, tanto da rivoluzionare il quattro senza nel canottaggio e da utilizzare il computer della Guzzi – erano in pochi allora ad averne uno – proprio per i calcoli delle carene. Questo periodo rappresentò per Peppino – che spesso era al timone, con un’abilità ed un istinto che non si possono imparare – il picco di una carriera, ma c’erano stati gli anni difficili della guerra e del dopoguerra. Non fosse bastata la vita dura del cantiere, erano gli anni in cui Anzio aveva sofferto più di altre località italiane, con lo sbarco del gennaio ’44, i bombardamenti e lo sfollamento, la voglia di ricostruire senza nient’altro che il legnaccio ottenuto dagli alberi del viale, i chiodi ricavati dalle linee elettriche ferroviarie, il motore di qualche mezzo militare o addirittura – come per i Falaschetti di Arpesca – un vecchio dragamine tedesco da riconvertire come peschereccio a strascico.

Anche se i ricordi cominciavano a diventare confusi, Peppino Gallinari grazie alla sua esperienza sugli scafi si occupò anche di aeronautica. Di sicuro se ne occupò – forse durante il servizio militare o per consulenze – a Vigna di Valle, che insieme ad Orbetello era uno dei centri importanti per l’attività degli idrovolanti, sebbene non credo che fosse effettivamente imparentato o avesse partecipato all’attività dei Gallinari del cantiere di Pisa, quello che costruiva i Wal su licenza Dornier e che poi divenne CMASA quando ai numerosi soci si aggiunse anche il peso della Fiat.

Vigna di Valle, sul Lago di Bracciano, oggi ospita il Museo dell’Aeronautica che, in un certo senso, ha ispirato il secondo hollow longboard. Mentre Jolene col suo planking è stata concepita più come un’imbarcazione o un surf, La serenissima non trae spunto sia per il tipo di costruzione a semiguscio tipica degli aerei che per la decorazione finale. Il riferimento particolare è lo S.V.A. – in questo caso un 5 che prese parte anche al volo su Vienna del 9 agosto 1918, quello del D’Anunsio – uno dei velivoli più eleganti ed efficienti mai realizzati in Italia. Anche in questo caso si abbandonava l’empirismo dei pionieri per impostare il velivolo sulla base di un accurato calcolo delle strutture.

Se il prototipo La serenissima è lontanissimo dalla definizione di “prodotto” per uso e consumo, l’Italia riesce comunque a proporne di eccellenti anche nelle discipline della tavola. Se però la cosa funziona così bene per motori e cibo, in questo settore ci si trattiene dallo sfruttare il richiamo del made in Italy. Penso a brand toscani leader nel kitesurfing come ASV ed RRD oppure a Funky per lo snow. Anche nel longboard tutte le tavole prodotte in Italia – tranne forse Zio Bancale – con tutto quel wood di qua e di là confermano un tabù. Di fronte a questo atteggiamento Andrea Longoni, uno degli artefici di Funky insieme al fratello Lucio e a Max Bonassi – oggi ancora protagonista nello skate con un Marchio di riferimento come Bastard – afferma che il mercato è già abbastanza competitivo che “rischiare di aggiungere un elemento extra di difficoltà solo per amor di patria non è necessario”. Purtroppo il nostro limite sono i numeri e magari cambierà, magari no, però hai visto la roba che può tirare in ballo una tavola con 4 rotelle?

Enrico Azzini per ruotenelvento


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