Pubblicato da: ruotenelvento | gennaio 19, 2017

Khaled Hosseini – IL CACCIATORE DI AQUILONI

IL CACCIATORE DI AQUILONI.JPG

Oggetti come kite e skate compaiono più nei titoli di opere di autori centro asiatici che di quelli occidentali. Flippata la questione, addirittura quando nella narrativa occidentale se ne parla effettivamente – Slam di Hornby, tradotto in Tutto per una ragazza di Hornby,  – lo skate scompare. E’ molto probabile che mentre il significato di kite e skate sia per noi piuttosto indifferente, se associato ad autori provenienti più o meno palesemente da altre culture sviluppi quel senso di commozione e di santa omogeneità che fa in primo luogo vendere i libri. Perché la cultura è sì la loro, ma il mercato rimane ancora il nostro. Quale miglior strumento di uno skate nel titolo per far rendere ad uno scrittore di origini palesemente iraniane l’idea di rivoluzione e libertà?

Sarebbe ingiusto considerare un’opera così intensa sul tema di colpa, rimorso e riscatto come Il cacciatore di aquiloni unicamente secondo il parametro kite, oppure in base alle occorrenze di auto americane. Ma tant’è, non è forse una di quelle verità evidenti di per sé il diritto del recensore di scrivere secondo il proprio esclusivo campo d’interesse? Hosseini ha scritto un libro straordinario, che rispetta qualsiasi previsione e qualsiasi quarta di copertina: è effettivamente impegnativo interrompere la lettura di una storia aspra anche di violenze etniche e sessuali. Qualche effettaccio – anche molto grand guignol – e qualche elemento intuibile – certo se tu e tua moglie non riuscite ad avere figli naturali e devi recuperare un bambino a Kabul… – ma funziona alla grande, tranne ‘sto finale che tirato troppo alle lunghe spappola nella circolarità. E che il più malvagio dei personaggi non sia un afgano puro ma abbia mezzo sangue di chi nel ‘900 ha rappresentato il male assoluto salva pure il popolo dell’autore.

Per chi se lo poteva permettere l’Afghanistan dei Re era un Paese dove arrivava la cioccolata svizzera e circolavano Buick e Ford Mustang. Questo lusso influisce sulla forma mentale del padre del protagonista (che, favoletta morale, invece tornerà alla Sunna)

Uno dei rifugiati disse a Baba: <> Baba fiutò un po’ di tabacco e allungò le gambe. <> Frase che liquidò definitivamente la questione di Dio.

Poi precipita in quel gorgo di catastrofi che passa da Daud Khan che spodesta il cugino sovrano cugino Zahir Shah – mentre è in Italia – ai Sovietici fino ai Talebani che inizialmente celebrati a Kabul come liberatori instaureranno uno dei terrori più agghiaccianti e ottusi degli ultimi decenni. Che orrore che ci fa il loro Ministero per la Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù, eh? Anche se della polizia religiosa in Arabia Saudita, che procede secondo gli stessi principi, sembra interessarci meno.

Se Kabul era stata uno dei centri del Great Game tra l’impero russo e quello britannico a partire dal XIX secolo, per i ragazzi rappresentava il campo per tumultuosi combattimenti di aquiloni, fino a quando i Talebani non intervennero a bandire anche questa attività [sulla liceità dell’aquilone nell’Islam vedi qui]. Questi ragazzi a cosa danno la caccia? Fanno lottare e poi cercano di recuperare come trofei, inseguendo le ali alla deriva per tutta la città, dei monofilo in carta e bambù di forma quadrata. Queste forme di combattimento sono diffuse da secoli in gran parte dell’Asia e in Sudamerica, anche se le più conosciute in Occidente sono appunto quella praticata in Afghanistan, in Giappone (rokkaku, che però è esagonale) e India, dove il patang non poteva mancare di ispirare un paio di film. L’arma è sempre la stessa unica linea che cerca di governare il kite, linea che viene cosparsa di colla e vetro per tagliare il filo degli avversari. Ferisce anche le mani del kiter, che ne ostende le stimmate a titolo di gloria.

Le coincidenze per chi filtra attraverso l’occhio kite/skate congiurano incessanti. Il libro trova il suo glorioso happy ending a Fremont, California. Cittadina che nel corso degli anni non solo è diventata la cittadina USA con la più numerosa comunità afgana, ma è anche il quartier generale di Braille Skateboarding, il cui grido FIRST TRY! risuona ogni you make it we skate it che la fantasia della gente nutre giorno per giorno.

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