Pubblicato da: ruotenelvento | novembre 5, 2016

IL ROMANZO DEL LONGBOARD E DEL KITE – TUTTE LE COSE CHE SCIVOLANO

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TUTTE LE COSE CHE SCIVOLANO è un romanzo dedicato al longboarding e al kite. Il protagonista si muove principalmente sulla scena romana, spostandosi poi in altri spot, punti d’incontro preferenziali per chi ha accettato la forma mentale dello scivolamento. Il Monte Petrano per il landkite sia con buggy che col mountainboard, la California, i molti luoghi dove chi ha la scimmia del freeride o del downhill si riunisce per affrontare una discesa su strada. È un libro dove chi pratica queste discipline riconoscerà la smania e l’entusiasmo di andare sempre, l’occhio che cattura dettagli per altri insignificanti (la pendenza, la qualità dell’asfalto, il vento dominante), l’appropriazione di “non luoghi” anonimi come i parcheggi per chi fa skate oppure assolutamente tossici come certi spot per il kitesurf, l’oscillare della tavola tra eversione di chi la fa ed avversione di chi no e il sistema che spesso – e si qui si parla soprattutto e di nuovo di skate – cerca di incorporarla nei suoi dispositivi. Il romanzo tocca però anche altri argomenti legati ad una crisi, sia personale che professionale, in particolare nel settore dei cantieri navali legati alle costruzioni in legno. Solo la tavola, lo scivolamento e la condivisione riusciranno ad offrire un minimo sollievo a tutte queste crisi.

Enrico Azzini è uno storico che ha già pubblicato saggi su automobilismo e aviazione. Il suo esordio come autore è stato tuttavia con Vele da Terra, il manuale di Mursia sul landsailing, disciplina per la quale ha partecipato a due Campionati del Mondo, due Coppe America e un Europeo Promo. Da qualche anno ha scoperto il longboard skate e tutte le gioie che può regalare, sia nella pratica, col suono dell’uretano che gratta l’asfalto, che nella costruzione, trasferendo le sue esperienze di nautica e aeronautica nella realizzazione di complesse tavole hollow.

TUTTE LE COSE CHE SCIVOLANO, l’unico romanzo dedicato al longboard e al kite, potete riceverlo (in Italia) per posta con queste due modalità: piego di libri normale a 10 euro o piego di libri raccomandato a 12,50 euro. Se invece si skeita insieme, beh, allora consegna a mano! Info e contatti sulla pagina FB di TUTTE LE COSE CHE SCIVOLANO.

Pubblicato da: ruotenelvento | maggio 22, 2016

LONGBOARDING SEMPRE LOG

SKATE ON ROOF LATE MAY

L’idea sarebbe quella di fare skate tutti i giorni, almeno per una ventina di minuti. Ci si sta provando. Qui su lastrico condominiale

15-05-16 – Green Skate Day – Zero31 Dogtown-Atlas-Minizombie 78a

16-05-16 – Ciclabile Montemario – Zero31 Dogtown-Atlas-Minizombie 78a

17-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Minizombie 78a

18-05-16 – Long Skate Night – Zero31 Dogtown-Atlas-Moronga 80a

19-05-16 – GD’I – “Jolene”-Caliber-Boss Hawgs 80a

20-05-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a

21-05-16 – Ciclabile Pomezia – Zero31 Dogtown-Atlas-Minizombie 78a

22-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

23-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

24-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a (bambino sugli 8,9 anni, da solo, coi roller, incontrato verso le 22.15 😀 )

25-05-16 – Long Skate Night – “Jolene”-Caliber-Moronga 80a

26-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

27-05-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a

28-05-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a (svojato)

29-05-16 – Piazzale – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

30-05-16 – BdB – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

31-05-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

01-06-16 – LSN – “La Serenissima”-Caliber-Moronga 80a (inaugurazione Gay Village!) + GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

TOESIDE

07-06-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

08-06-16 – Ciclabile Montemario – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

09-06-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

10-06-16 – Majana park – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

12-06-16 – GD’I – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

13-06-16 – Ciclabile Montemario – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

14-05-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a

15-06-16 – LSN – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

16-06-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a

22-06-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a

27-06-16 – Ciclabile Montemario – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

29-06-16 – LSN – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

01-07-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a + Gladiatore-Randal 150-Minizombie 78a

03-07-16 – Superaereo – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

09-07-16 – Majana park – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

26-07-16 – Marseille – Earthwing Belly Racer-Amok 180-???

31-07-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a + Gladiatore-Randal 150-Minizombie 78a

16-08-16 – Ciclabile Montemario – Zero31 Dogtown-Atlas-Boss Hawgs 80a

VARI GIRI COME MEZZO UTILITARIO, NON RICORDO

21-08-16 – Skater-razzo – Comet Kick-Charger-Kilmer 83a + Piazzale – Earthwing Belly Racer-Amok 180-???

Boh… lo utilizzo tutti i giorni per andare a lavoro… n. 15 Giacomo Giacomo-Caliber-Moronga 80a…

Pubblicato da: ruotenelvento | gennaio 19, 2017

Khaled Hosseini – IL CACCIATORE DI AQUILONI

IL CACCIATORE DI AQUILONI.JPG

Oggetti come kite e skate compaiono più nei titoli di opere di autori centro asiatici che di quelli occidentali. Flippata la questione, addirittura quando nella narrativa occidentale se ne parla effettivamente – Slam di Hornby, tradotto in Tutto per una ragazza di Hornby,  – lo skate scompare. E’ molto probabile che mentre il significato di kite e skate sia per noi piuttosto indifferente, se associato ad autori provenienti più o meno palesemente da altre culture sviluppi quel senso di commozione e di santa omogeneità che fa in primo luogo vendere i libri. Perché la cultura è sì la loro, ma il mercato rimane ancora il nostro. Quale miglior strumento di uno skate nel titolo per far rendere ad uno scrittore di origini palesemente iraniane l’idea di rivoluzione e libertà?

Sarebbe ingiusto considerare un’opera così intensa sul tema di colpa, rimorso e riscatto come Il cacciatore di aquiloni unicamente secondo il parametro kite, oppure in base alle occorrenze di auto americane. Ma tant’è, non è forse una di quelle verità evidenti di per sé il diritto del recensore di scrivere secondo il proprio esclusivo campo d’interesse? Hosseini ha scritto un libro straordinario, che rispetta qualsiasi previsione e qualsiasi quarta di copertina: è effettivamente impegnativo interrompere la lettura di una storia aspra anche di violenze etniche e sessuali. Qualche effettaccio – anche molto grand guignol – e qualche elemento intuibile – certo se tu e tua moglie non riuscite ad avere figli naturali e devi recuperare un bambino a Kabul… – ma funziona alla grande, tranne ‘sto finale che tirato troppo alle lunghe spappola nella circolarità. E che il più malvagio dei personaggi non sia un afgano puro ma abbia mezzo sangue di chi nel ‘900 ha rappresentato il male assoluto salva pure il popolo dell’autore.

Per chi se lo poteva permettere l’Afghanistan dei Re era un Paese dove arrivava la cioccolata svizzera e circolavano Buick e Ford Mustang. Questo lusso influisce sulla forma mentale del padre del protagonista (che, favoletta morale, invece tornerà alla Sunna)

Uno dei rifugiati disse a Baba: <> Baba fiutò un po’ di tabacco e allungò le gambe. <> Frase che liquidò definitivamente la questione di Dio.

Poi precipita in quel gorgo di catastrofi che passa da Daud Khan che spodesta il cugino sovrano cugino Zahir Shah – mentre è in Italia – ai Sovietici fino ai Talebani che inizialmente celebrati a Kabul come liberatori instaureranno uno dei terrori più agghiaccianti e ottusi degli ultimi decenni. Che orrore che ci fa il loro Ministero per la Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù, eh? Anche se della polizia religiosa in Arabia Saudita, che procede secondo gli stessi principi, sembra interessarci meno.

Se Kabul era stata uno dei centri del Great Game tra l’impero russo e quello britannico a partire dal XIX secolo, per i ragazzi rappresentava il campo per tumultuosi combattimenti di aquiloni, fino a quando i Talebani non intervennero a bandire anche questa attività [sulla liceità dell’aquilone nell’Islam vedi qui]. Questi ragazzi a cosa danno la caccia? Fanno lottare e poi cercano di recuperare come trofei, inseguendo le ali alla deriva per tutta la città, dei monofilo in carta e bambù di forma quadrata. Queste forme di combattimento sono diffuse da secoli in gran parte dell’Asia e in Sudamerica, anche se le più conosciute in Occidente sono appunto quella praticata in Afghanistan, in Giappone (rokkaku, che però è esagonale) e India, dove il patang non poteva mancare di ispirare un paio di film. L’arma è sempre la stessa unica linea che cerca di governare il kite, linea che viene cosparsa di colla e vetro per tagliare il filo degli avversari. Ferisce anche le mani del kiter, che ne ostende le stimmate a titolo di gloria.

Le coincidenze per chi filtra attraverso l’occhio kite/skate congiurano incessanti. Il libro trova il suo glorioso happy ending a Fremont, California. Cittadina che nel corso degli anni non solo è diventata la cittadina USA con la più numerosa comunità afgana, ma è anche il quartier generale di Braille Skateboarding, il cui grido FIRST TRY! risuona ogni you make it we skate it che la fantasia della gente nutre giorno per giorno.

Pubblicato da: ruotenelvento | dicembre 31, 2016

SKATE, KITE, DONNE E ISLAM

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Un fotogramma rubato dal pluripremiato Skateistan – To live and skate Kabul (2011). Nello stesso Paese, dopo la capitale afgana, città-pioniera, dal 2013 il progetto è presente anche a Mazar-e-Sharif.

Gli attentati di matrice islamista a Parigi il 13 novembre 2015 al Bataclan e in altre zone della città rappresentarono un trauma che coinvolse ogni tipo di comunità. Il dibattito si spostò anche sulle piattaforme che si occupano di sport di scivolamento, nelle quali di solito il regolamento vieta di parlare di politica e religione. Non diversamente da altre religioni rivelate l’Islam si presta particolarmente alle interpretazioni e tale caratteristica ha sempre confuso la conoscenza che il mondo esterno cerca di acquisire a riguardo. Tra fraintendimenti e a generalizzazioni l’Islam venne rapidamente liquidato su certi forum come una religione che in forma assoluta proibisce il volo degli aquiloni. Toccò – giusto per amor di verità – ribattere che ovviamente non era così e che la questione era più sfumata. La pratica dell’aquilonismo non deve distogliere dal ricordare Dio e dalla preghiera, dai propri doveri, non deve comportare sfarzo (extravagance, un false friend), non deve essere alla base di scommesse proibite, e la sua forma non deve ricordare esseri viventi, con deroghe se a giocare sono i bambini. Le discipline del powerkite, kitesurf e landkite, dunque, secondo alcune interpretazioni ampiamente diffuse (come Islam Q&A), assolti i propri doveri, ci stanno tutte. Stesso discorso per lo skate, in islamweb.net o Islamic Board. Soliti paletti per le femmine, almeno per quanto riguarda il pattinaggio artistico, sostanzialmente per i motivi di decenza che portano a coprire il corpo.

E skate e kite sono inestricabilmente aggomitolati se si pensa al ruolo rilevante di questi due strumenti di gioco abbiano rappresentato nel buon immaginario occidentale del Paese che maggiormente è stato segnato dall’integralismo, l’Afganistan. Abbiamo bisogno di tranquillizzarci con delle occasioni semplificate di riscatto e buoni sentimenti.

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E’ addirittura probabile che il primo pensiero che attraversa la mente di una media opinione pubblica colta sia il romanzo di Khaled Hosseini il Cacciatore di aquiloni – che è duretto forte – piuttosto che il Leone del Panjshir o la difficile riconversione delle piantagioni di papavero da oppio. Skateistan – ruotenelvento ne aveva parlato quando l’attuazione dell’exit strategy militare rendeva difficile mantenere le posizioni conseguite  – sembra procedere, anche se a rilento (la raccolta dei 100.000 $ di GIVE HER FIVE non ha raggiunto l’obiettivo) e nonostante l’espansione, dopo la Cambogia, anche a Johannesburg.

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Questo pone in rilievo un altro dilemma dell’Islam, cioè che non solo esiste una guida, ma è proprio difficile individuare linee guida comuni. Che, su una comunità che rappresenta il 23% dell’umanità, fa un problema. Come abbiamo visto molti – o l’unica parte che ci risulta intellegibile, parzialmente simile, parlante inglese o francese – si pronunciano sul fatto che skate e kite non siano da considerare harām, ma nulla impedisce che a livello locale più o meno grande l’atteggiamento possa essere apertamente ostile.

Che vuoi? Le donne musulmane possono guidare in gran parte del mondo, ma ai Sauditi – con i quali siamo così amici se si tratta di rapporti economici – questa libertà come tante altre non piace. Così Hisham Fageeh (che è saudita ma vive negli USA, già autore della popolarissima No woman no drive) ha recentemente prodotto un video nel quale insieme alla guida le donne reclamano, tra gli altri, anche il diritto di skeitare.

Enrico Azzini per https://ruotenelvento.wordpress.com/

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Lasciate on the wall hollow board, poliuretano, fibra di vetro e altre stravaganze. Con roarockit old school deck i cari, vecchi 7 strati di acero e vuoto a pompetta!

roarockit è il modo più semplice per raddoppiare il puro piacere di fare skate, cioè mettere i tuoi piedini santi sulla tavola che ti sei costruito tu con le tue manine sante senza troppi sbattimenti. Nato in Canada da un’idea di Ted Hunter e Norah Jackson, roarockit fornisce una serie di kit che copre un po’ tutte le sfumature dello skate. ruotenelvento ne aveva già sentito parlare da un paio d’anni e ampio spazio a roarockit è dedicato anche nel libro The handmade skateboard di Matt Berger. In catalogo si trovano un cruiserino 23″, un pintail 40″, uno street 32″ e un deck old school sempre da 32″. Per chi ha già preso confidenza con il procedimento sono poi disponibile i prokit che con lo stampo grezzo danno la possibilità di svariare con lo shape. I prezzi con tutto il necessario partono dai 150 euro per 2 cruiserini, le spese di spedizione per l’Italia si aggirano sui 23 euro.

Da sempre l’impiallicciato d’acero – maple veneer – è la materia prima ideale per la costruzione di uno skate. Nello stampo concavo, inclinazione di nose e tail promettono bene.


Il kit contiene i tradizionali e totemici 7 fogli di acero lungo vena e contro vena, il bottom aiuta con i fori per i truck. Lo shape del deck si ottiene premendo i fogli contro una forma in polistirolo ad alta densità. La soluzione migliore per una pressione costante è il vuoto. Un metodo tanto diffuso quanto rustico per ottenerlo sarebbe il motorino del frigorifero, ma roarockit non vuole che rinunciate a tenere le birre in fresco, per cui fornisce un’alternativa ancora più semplice con sacco e un’efficace pompetta manuale. Tra valvola e fogli si applica una rete che permette il passaggio dell’aria in risucchio.

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Il sacco per il vuoto può accomodare agevolmente una 39″ come questa zero31 dogtown, quindi il kit base si presta bene anche per la realizzazione di un long.

L’attrezzatura per il vuoto è riutilizzabile – grazie anche ai nastri di chiusura di ricambio – e con una lunghezza che permette di mettere in pressa – con uno stampo adeguato – anche long da 40″. La colla fornita è la Titebond III, una alifatica specifica per legno (mai vista in negozio, ma si trova facilmente online).

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Altri accessori che completano il pacchetto sono il rullino per stendere la colla, una raspetta Stanley, dosatore, carta vetrata e ciò per i quali i riderZ sarebbero anche capaci di uccidere, degli adesivi [en passant: il logo roarockit ricorda molto quello dell’eccellenza italiana delle ruote a raggi, insomma la versione shaka delle Borrani].

Appena capita un po’ di tempo si comincia. La seconda parte riguarderà i progetti che roarockit dedica alle scuole e alla didattica.

Pubblicato da: ruotenelvento | dicembre 20, 2016

IL LONGBOARD COME PARTE DELLA CITTA’ #1- TORINO

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Torino Street Style al Parco Dora lo scorso settembre. Sull’area un tempo occupata da impianti industriali, il Parco si compone di una zona aperta e di quella coperta (l’ex tettoia di strippaggio delle Ferriere Fiat), ad una estremità della quale si trova uno skatepark (foto di Silvia Zardo)

Dove nel corso degli ultimi anni si è riuscito a fondere lo skate – e in particolare il long – nella città è Torino. Se nei dintorni – anche a pochi km, come San Mauro, e poi via verso il Roero o la Liguria – risuona nelle valli l’eco che chiama il downhill e il freeride più peso, già la città vanta già un’offerta straordinaria, di spazi per girare se ne trovano veramente tanti, da Parco Dora a Valdo Fusi.

Come a Roma si scende al Piazzale il mercoledì, la sera per i riders torinesi è quella del giovedì e si attraversa la città. Non scivola quindi a punto fisso, ma segue un itinerario che cerca di accontentare un po’ tutti, ballerine e downhillisti, e se è proprio troppo flat tu che sei bravo perché non te lo fai tutto in switch?

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La locandina della prima uscita di Torino Night Ride patrocinata dal Comune del capoluogo piemontese

Da dicembre questo incontro – sempre insieme al nucleo di Longboard Crew Torino – ha really fatto un salto di qualità. Longboard Crew Italia è riuscita infatti ad ottenere il Patrocinio del Comune di Torino, primo caso del genere in Italia. Si tratta del riconoscimento di due anni di intensa attività sostenuta dalla positiva visibilità in pieno Centro in numerosi eventi – come Torino Street Style – e che prelude a progetti ancora più ambiziosi. Il più immediato è quello di ottenere fondi per una Night Ride più articolata con la presenza regolare di istruttori UISP, quindi concentrata ancora di più sulla sicurezza. Su un periodo più lungo si lavora sia per i disabili che per i non vedenti, trasferendo quindi sulla tavola lunga quello che a Roma sta facendo con lo street Paolo Pica con Skating in the dark.

La gente che va in skate non rappresenta un problema, il pregiudizio è nell’occhio di chi guarda. Anzi, in un certo senso un gruppo di rider che si fa la sua tranquilla skeitatina serale diventa esso stesso una forma di deterrenza. Un obiettivo comune ragionevole potrebbe essere quindi quello di rendere lo skate una parte degli elementi urbani, senza alcun attrito. L’iniziativa di Longboard Crew Italia già si propone di esportare – sta lavorando adesso su Brescia – un modello che funziona con i corsi, la sensibilizzazione, i contatti con le istituzioni per tutto quello che può avvicinare tavola e città.

Pubblicato da: ruotenelvento | dicembre 18, 2016

ALLE RADICI DEL CARRO A VELA IN ITALIA prima parte – THAYAHT IL FUTURISTA

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Il carro a vela di Thayaht a Marina di Pietrasanta (da http://www.artsblog.it)

Il primo documento al quale si fa riferimento ad un carro a vela in Italia è un disegno di Mariano di Iacopo detto il Taccola, vissuto a Siena tra il 1382 e, probabilmente, il 1458. È uno degli esponenti minori di quel Rinascimento che vede in Leonardo il massimo protagonista e in prospettiva riassume tutto il tormento e la frustrazione che contraddistingue da sempre i velisti di terra italiani. Il suo progetto, contenuto nel Ms. Palatino 766 (BNCF), cc. 28v-29r, viene infatti definito come Carro anfibio a vela tirato da un bufalo.

Dobbiamo poi attendere mezzo millennio per trovare nuove tracce del carro a vela in Italia. Ne abbiamo notizia ancora da un artista, che stavolta non si limita a progettarlo ma ne cura la realizzazione. Purtroppi i velisti di terra italiani, almeno in Italia, è molto facile vederli in posa disinvolta ma un po’ statica. Accade anche a Thayaht sul lungomare di Marina di Pietrasanta. In effetti il suo carro a vela, costruito nel 1930, somiglia, anche alla luce della biografia dell’artista, più a un pretesto estetico, ad un esercizio stilistico, che a una reale opportunità di navigazione su terra. Si tratta di uno yacht a quattro ruote con randa e fiocco, in linea con i contemporanei modelli caratteristici delle spiagge francesi e belghe.

Thayaht, pseudonimo palindromo di Ernest Henry Michahelles, di origine anglo-svizzera ma nato a Firenze, oltre a essere probabilmente uno dei primi in Italia a interessarsi al landsailing, fu uno dei protagonisti del tardo Futurismo. Di cittadinanza svizzera e formazione cosmopolita, fu attivo principalmente come stilista di moda, legato all’ambiente parigino e a uno degli Atelier più celebri degli anni tra le due guerre, quello di Madeleine Viollet. La creazione per il quale è ricordato è la tuta, un modello universale a T ideato nel 1919. I suoi interessi non si limitano alla moda, ma si estendono a tutte le arti, con elementi che al dinamismo e al razionalismo tipici del Novecento uniscono il suo gusto per l’art decò e il dandysmo. Dipinge, affresca, progetta edifici e scenografie, scolpisce e lavora il metallo, inventando addirittura anche una lega originale di alluminio e argento, la taiattite. Nel 1929 aderisce sia al Futurismo che al Fascismo, nel quale ripone tutta la sua fiducia per il rinnovamento culturale del Paese. Le sue opere riflettono in maniera esemplare il momento artistico di quegli anni, come il dipinto Dux e l’aeroscultura Vittoria dell’Aria. Partecipa, spesso insieme al fratello Ruggero – alias Ram – alle più importanti Esposizioni nazionali. Come molti esponenti di spicco della cultura legata al regime fascista gli anni del dopoguerra vedono anche Thayaht relegato a un ruolo artistico molto marginale. Affascinato dalle energie cosmiche e dalla quarta dimensione dedica gli ultimi anni all’astronomia e all’ufologia, fondando il CIRNOS (Centro Indipendente Raccolta Notizie Osservazioni Spaziali) di cui pubblica una prima relazione nel 1955 ed una seconda nel 1958. Nel 1959 muore a Marina di Pietrasanta.

(da Azzini Enrico, Vele da terra, Mursia 2009)

Pubblicato da: ruotenelvento | dicembre 9, 2016

PER UNA SKATEPLAZA A PINETA SACCHETTI

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In skate attorno all’Auditorium qualche giorno prima del rogo, a lavori di completamento appena iniziati

L’incendio dell’Auditorium di via Francesco Albergotti ha privato Boccea di una struttura che non ha mai goduto.


Se piange il cuore per lo spreco di denaro e di tempo, ‘sta specie de cozza ramata non ha mai suscitato palpitante amore. Certo, finita in un ragionevole scorcio di tempo avrebbe raccolto altri sentimenti. Ma nel tempo si è accumulata l’indifferenza che nasce da 11 anni di singhiozzi (il progetto è del 2003, i primi lavori del 2005), dall’abbandono, dal degrado (c’è tutto un mondo che orbita tra parcheggio e Pineta) e da drammatici episodi di cronaca, come lo stupro dell’aprile 2011, quando 6 persone sequestrarono e violentarono una ragazza di 17 anni.

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La Città Eterna ci ha regalato negli ultimi anni la possibilità di praticare le nostre attività preferite all’ombra di grandi opere non credute e spacciate in partenza. A Torvergata, prima che ci tagliasse le gambe il golf (che cazzo c’entrerà il golf con l’orto botanico dell’Università! noi ci andavamo con gli aquiloni!), il sole proiettava sui nostri carri a vela il deprimente traliccio di quella incompiuta dello Stadio del Nuoto di Calatrava, messo in cantiere dall’amministrazione Veltroni nel 2005 per l’evento del 2009. 

Che girano a Boccea, a poca distanza dall’Auditorium, skate e simili sono in aumento. Dateci un occhio, tra long, street, commuter, penny, più recentemente qualche hoverboard, ci sono anche un paio di simpatiche signore col monopattino. La presenza di un punto di riferimento come Kahuna, uno degli skateshop storici della Capitale, aiuta. Qui puoi vedere il video dello skate a Boccea con l’Auditorium prima dell’incendio.

Ora ogni problema nasconde un’opportunità. Un’auditorium che fa tanto Aleppo non si può lasciare così, anche perché lasciarci h24 la Municipale di piantone non sembra proprio il massimo in fatto di razionalizzazione delle scarse risorse. Si completa? Si demolisce? Cosa costa meno? Quali sono gli obiettivi in funzione alle esigenze del quartiere? Una opzione realistica è quella di una skateplaza, magari recuperando le parti meno compromesse.  La struttura è un bene dei cittadini del Municipio XIII°, passato come gran parte della Capitale al Movimento 5 Stelle, che presiede dalle trionfali amministrative del giugno 2016 con Giuseppina Castagnetta. Giovani, social, aperti, non strutturati, potrebbero essere gli interlocutori ideali per avviare un progetto di uno spazio di aggregazione importante. Impianti analoghi – come per esempio Cinetown – insegnano che in definitiva è la stessa comunità – costituita nelle varie forme di associazioni, tipo quelle Temporanee di Scopo – a prendersene la responsabilità e la gestione, con tutta quella disciplina e quella passione che solo gli skaterZ conoscono.

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Ti serve un concavo aggressivo? NO

Uno shape a forma di fettina di bacon rosolata ‘na cifra? NOO

Precision truck? NOOO

Ruote burrose? NOOOO

A frà che te serve? (diceva Caltagirone)

Me devo spostà ner quartiere, tutto qua

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Di etimologia incerta, a Roma comunque si dice che le ginocchia me fanno giacomo giacomo. Indica una certa debolezza dell’articolazione, per cause varie (fiacchezza, strizze, innamoramento). In quanto vecchio – longboardgeezer – in gravità va bene una top mount, ma in flat o come commuter urbano preferisco una drop through. La zero31 dogtown è l’arma definitiva per il freeride, ma a volte troppo lunga e pesante. E mi serve qualcosa di corto e basso da spingere e frenare senza gravare sul ginocchio.

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Quindi: solo 12 mm di betulla (tanto la tavola è corta e io peso solo 60 kg), no concave (per fretta e pigrizia), slot per i truck a forcella, maniglia per trasportarla comodamente. Al limite solo una bruciatina di legno lato strada.

GIACOMO GIACOMO (n. 15) – 80 cm (31″), Caliber, Orangatang Moronga 80a

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Ora: si poteva andare oltre (cioè: furthur)? Le tavole di BB sono 152 x 152, realizzata la GIACOMO GIACOMO avanzano una 65ina di centimetri, quindi perché no?

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La SALTA ROSPO (la grafica è tratta da un’incisione di Alberto Martini per Hop Frog di Edgar Allan Poe: non conoscete Salta Rospo? Beh, è un simpatico raccontino contro il Potere, con il giullare che premedita cose interessanti, senza lasciare APPESA per sempre la sua rancura) è una 24″ sempre piatta, drop through a forcella aperta (però con quelle fastidiosissime scasse per le fin dei Randal) e maniglia. E già la amo da morì…

 

SALTA ROSPO (n. 16) – 62 cm (24″), Randal 50° 150 mm, per ora Minizombie 78, presto blank sempre 78 ma più cicce

Pubblicato da: ruotenelvento | luglio 29, 2016

MARSIGLIA LONGBOARD E RYANAIR

MARSEILLE LONGBOARD

L’ubiqua Notre Dame de la Garde veglia su un long appoggiato da qualche parte nel quartiere de Le Panier. Earthwing Belly Racer bella leggera, amok e rotelle indefinite, tutto passato di mano da Chris a ruotenelvento in un pomeriggio di luglio davanti alla Cattedrale di Santa Maria Maggiore

MARSEILLE BOWL PRADO

Quello al Prado è l’impianto più frequentato a Marsiglia. Vasta, articolata e profonda, la bowl è facilmente raggiungibile dal centro città e si trova a poche decine di metri dalla “spiaggia” (ph. Silvia Mattioli)

Marsiglia è tranquilla e offre parecchio spazio al rider (monopattini veramente un fottìo), ma girare in long sulla corniche è da paura. Si va dalla città verso levante per stare dalla parte del mare che sbrilluccica e ochetta verdeazzurro con spuma di pastis quando frange allo scoglio. Il fondo è ruvidino (il marciapiede è peggio), pure nelle pendenze non si raggiungono velocità eccessive, ma la caciara del traffico in certi tratti costringe a stare in campana. Bloccata la tavola tra due rocce, bagno all’Anse de Maldormé, sotto Le Petit Nice Passedat, hotel 5 stelle da minimo 360 euri a camera.

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Un altro spot street è quello al centro di produzione artistica pluridisciplinare de la Friche la Belle de Mai. Dall’arrampicata al cinema, skatepark lungo lungo e pitture murali a nastro. Appena tramontato rosa come usa su questa pietra, tra una biretta e l’altra ci vediamo Paprika di Satoshi Kon sul gigantesco terrazzone-arena.

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Da Le Friche per tornare verso il Centro c’è un tunnel sotto il mazzo di binari della ferrovia poco prima della Stazione di Saint Charles, un tunnel dove policrome formelle bizzarre guardano come le costellazioni più opportune gli skate che prendono la via di casa.

L’ultimo capitolo dell’avventura marsigliese è quello più denso di suspence: riportare a Roma con Ryanair una 37.5″ (94 cm) con tutto l’ambaradam di ferro e uretano. Che poi ‘sta Belly Racer è fica, mica no. L’altra opzione – oltre a segarla – era lasciare il deck alla tipa dell’alloggio e riportare solo i truck che “possono sempre servire”. Poi considerando che la tipa era molto sciallata le si poteva dire che per evitare tutto lo sbattimento del trasporto un giorno sarebbe venuto qualcuno col suo setup e l’avrebbe utilizzata prima di congelarla di nuovo da qualche parte: una sorta di deck-crossing per Italian riders. Invece, incoraggiato dall’ottimistica Silvia, smonto e azzardiamo lo sconfinamento.

Profilo bassissimo. Occhio umile e sorrisino bovino. Il primo ostacolo è peso e dimensioni al check-in Ryanair. Il borsone sta fuori di 10 cm di lunghezza e di almeno 5 chili. Ingoffamose! Daje de microtraguardi. Levo peso infilando truck e ruote in tasca e indossando il giubbotto con 35° e A/C a singhiozzo: schiumo. La tipa invita a mostrare il bagaglio. Sollevo il borsone con disinvoltura come pesasse un cazzo, poi mi chiede di infilarlo nella cesta-incubo. Non entra. Obietto che non entra solo perché c’è dentro il casco. E’ comunque di buon umore, mi fa passare ma mi avverte che devo fare in modo di farlo entrare nella cesta-incubo perché all’imbarco potrebbero essere meno tolleranti. Ok. Passo. Mi levo i truck dalle tasche e li infilo nel borsone. Al controllo sicurezza glieli indico e altra tipa me li fa mettere nella cesta come fossero orologio, portafogli e cinta. Sulla tavola invece nessuno dice niente.

MARSEILLE RYANAIR SKATEBOARD

Il peggio è andato! Passato check-in e security! Si brinda a La Cagole, la birra di Marsiglia

Col casco sistemato meglio mi presento all’imbarco, ci fanno mettere anche il bagaglio a mano in stiva ma in finale ci facciamo il volo col deck in cappelliera. Imbarcare una tavola è come il primo standup: ce devi crede!

 

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